“LETTERE A UNA MADRE” DI YLENIA ZINDATO PER LA S4M EDIZIONI
UN MEMOIR DI RICORDI, NOSTALGIE, AMORE E STIMA VERSO SUA MADRE
CRISTINA MARRA
29/11/2025
LETTO E RECENSITO
Si ha l’impressione di averla già conosciuta o di volerla come amica Antonia che sorrideva “guardando il volo di un gabbiano o il sole che entrava dalla finestra”, bellissima, sesta di sette figli, nata in piedi e destinata a una vita fortunata, “una piccola carotina amata da tutti”.Ad Antonia, donna minuta ma fortissima, scomparsa troppo presto, la figlia Ylenia dedica pensieri, ricordi e nostalgie, amore e stima, in un memoir in chiave moderna in cui si alternano brevi storie narrate a poesie che come istantanee riconducono a un passato recente, a una assenza che è ancora presenza, a una madre che è esempio da seguire, donna da emulare e celebrare. Ylenia Zindato dedica a Antonia pagine che racchiudono l’essenzialità e la necessità di un rapporto che l’ha formata e del quale non può farne a meno. Antonia è ancora madre e donna in una terra in cui “gli alberi genealogici scelgono per te” ma che “non si può non amare”, terra-madre che nei suoi colori e nei suoi profumi ci fa ritrovare Antonia che sorride e che dona amore. L’autrice, seppure avvinghiata al dolore della perdita regala pagine in cui la sofferenza si trasforma e come una patologia viene curata con le parole dettate dall’amore.
“Lettere a una madre” è il libro d’esordio della giovane scrittrice reggina che rivela già una maturità stilistica e linguistica. Zindato sa gestire il dolore e sa reagire con sprazzi di sorrisi e tenerezza. Il libro ha la prefazione di Andrea Corona e la postfazione di Elisabetta Zindato.
Il libro è un dialogo con tua madre fatto di ricordi e tanto amore. Quanto la scrittura ti ha aiutata a esternare la tua sofferenza?
- Non sono, ad oggi, convinta che la scrittura aiuti a processare un dolore, io personalmente non credo di aver ancora superato la sua assenza. Voglio prendere in prestito un’immagine dal libro di Paul Auster, Baumgartner, in cui ci parla di Sindrome della Persona Fantasma, invece di arto fantasma: è un’immagine molto fedele alla sensazione che si prova: come i mutilati si ritrovano dopo anni a muovere il piede o la mano che non hanno più io mi ritrovo senza pensarci a prendere il telefono per scriverle, a girarmi nella stanza e a vederla o a sentire il ticchettio dei suoi tacchi sulle scale.
Diviso in due parti in cui la madre è prima eterna e poi terra, possiamo intenderlo come un romanzo breve di formazione al dolore?
- Essenzialmente si tratta di un memoir, breve sì ma denso, faticoso da scrivere. In parte si è una sorta di propedeutica al dolore, ma senza troppo dramma, perché l’unica via d’uscita possibile al dolore è l’ironia. Come diceva Robert Redford nel film Come eravamo “La vita è troppo seria per prenderla seriamente”.
Tua madre, protagonista, com’è stato raccontarla e tratteggiarla oltre che come madre anche come donna?
-Bellissima domanda, perché da femminista intersezionale e attivista per le questioni queer e di equità di genere, la rappresentazione della donna è per me un tema fondamentale. Non solo madre ma donna, e per me anche la più importante. La persona a cui vorrei somigliare, a cui mi ispiro sempre. Per il suo coraggio, forza, empatia, dolcezza, ma soprattutto per il suo sorriso non sarò mai in grado di sorridere come lei: perché la vita è meravigliosa, lo diceva sempre, e con lei al fianco lo era davvero. Mia madre è per me come caduta del muro di Berlino, la riunificazione delle due Coree, il mancato colpo di stato a Kennedy, è la mia nessun-governo-Meloni, Lucano alle Europee e Assange libero. Adesso è come vivere fuori fuoco, come nel film natalizio (di cui io e lei facevamo maratone) La neve nel cuore, quando fanno l’albero insieme ma non è più la stessa cosa. La mia dose di felicità totalizzante l’ho esaurita, adesso posso solo sopravvivere con piccoli pezzi di luce fra le incrinature.
Quanto è forte il tuo legame con il territorio?
- Nel testo è molto presente il contesto, l’ambientazione da cui provengo perché la Terra è Madre, e non si prescinde dalla madre mai. Esiste un cordone ombelicale che ci lega e fa da prolungamento. E il Sud, è come avere il terriccio infilato sotto le unghie, e non riesci a toglierlo via. E per fortuna, direi. Il luogo da cui proveniamo plasma e contamina la nostra identità. Dobbiamo abbandonare il North Gaze, quell’anti-meridionalismo che inconsciamente abbiamo interiorizzato secondo cui dovremmo sentirci in difetto rispetto a altri modelli più progressisti, e abbracciare una visione del mondo diasporica e decoloniale.
Il libro è uscito da poco, cosa ti aspetti da chi ti leggerà?
-Sebbene la trama abbia tutta la parvenza di una storia privata, scritto in prima persona, e se anche una parte di me spera che un pezzettino di Antonia venga conosciuta dal lettore, in realtà questo comunque non va, ne deve essere considerato una apologetica su mia madre, ma piuttosto un vademecum sul dolore, una sorta di posologia per chi resta: come sopravvivere a un dolore. Spero che chi lo leggerà possa sentirsi capito nel proprio lutto personale, nella sua perdita, figurata o reale che sia. Spero possa rappresentare un ponte fra i dolori, ecco. A differenza di quelli fisici, questi sono i ponti più belli.
Insegni filosofia, continuerai a scrivere?
-Non voglio scendere nella retorica del dire che scrivere o leggere libri siano due cose per me naturali ma anche salvifiche, come mangiare o bere, però in parte è un po' così, nel senso che lo faccio da sempre, da quanto leggevo la collana degli Istrici di Donatella Ziliotto per Salani, o avevo le moleskine nere con elastico a copertina rigida e annotavo citazioni, riflessioni, o delusioni sul mancato amore del liceo. La filosofia è un altro mio grande amore che contamina le altre mie passioni e le arricchisce. Filosofia, insegnamento, lettura e scrittura camminano di pari passo, e sono tutte cose che faccio con amore. Chi ama scrivere deve necessariamente essere un lettore forte, ispirarsi, avere delle reference (che non vuol dire aderire al movimento dell’Appropriation Art, ma evolversi verso un concetto di letteratura postmoderna alla David Foster Wallace che apriva riflessioni, critiche, metafore verso la cultura di massa con le sue opere). Ultimamente amo e mi lascio influenzare da autrici come Debora Levy, Amélie Nothomb, Elif Batuman, Margherita Giacobino. Sicuramente sto dimenticando qualcuno perché amo troppi libri, ma son le prime che mi son venute in mente.

