REX STOUT “NERO WOLFE E SUA FIGLIA” BEAT EDIZIONI

PUBBLICATO NEL 1940, È IL SETTIMO ROMANZO GIALLO DEL GRANDE SCRITTORE STATUNITENSE

di Cristina Marra10/12/2020
Letto e recensito
NERO WOLFReggio Calabria. Al numero 506 della Trentacinquesima Strada Ovest di New York, in una casa di arenaria abita Nero Wolfe, mastodontico investigatore privato creato da Rex Stout e apparso nel primo romanzo della serie, “La traccia del serpente” del 1934 e protagonista di altri trentadue romanzi e quasi quaranta racconti, fino al 1975.

Misogino, buongustaio, appassionato di orchidee, grande ragionatore e conoscitore di sette lingue, Wolfe, è in una sfida costante con le sue capacità intellettive che considera infallibili. La sua casa è un guscio da cui si allontana raramente e lascia al suo scattante segretario particolare e braccio destro, Archie Goodwin, io narrante delle storie, il compito di indagare al di fuori delle mura domestiche per poi riferire ogni dettaglio delle ricerche, dei pedinamenti e delle impressioni raccolti.

La casa è l’ambiente in cui si compie l’indagine principale e ogni stanza diventa luogo di riflessioni, ragionamenti e considerazioni connesse alle ritualità della quotidianità del detective. “Nero Wolfe e sua figlia” è l’ultimo volume della serie Le inchieste di Nero Wolfe pubblicato da Beat Edizioni, tradotto da Alfredo Pitta, curato da  Massimo Bocchiola e introdotto da Diego De Silva .

Il romanzo comincia col suono del campanello a casa Wolfe, è mattino, e alla porta Archie Goodwin trova una giovane donna dall’accento straniero che chiede di parlare col noto detective. In quel momento Wolfe è in terrazza nella serra delle orchidee  “con i pollici sulle anche osservava accigliato Horstmann, il giardiniere, il quale a sua volta osservava accigliato un enorme fiore di coelogyne dai petali bianchi e dalla carena arancione” mentre la visitatrice nello studio legge un libro sulla storia balcanica attendendo di essere ricevuta.

“Ventidue anni e belle gambe. Il viso è un po' cupo, ma ben fato, gli occhi neri, belli anch’essi e dall’espressione preoccupata. Bella voce, pura, ma parla come Lynn Fontanne in Spregiudicati. Si chiama Carla Lovchen” così Archie la presenta a Wolfe. Viene dal Montenegro e lavora in una scuola di danza e di scherma con l’amica, Neya, per la quale chiede aiuto a Wolfe. Neya è accusata di aver rubato diamanti a un allievo della scuola e Wolfe deve aiutarla e scagionarla soprattutto perché, a detta di Carla, Neya è la figlia di Wolfe. Qual è la verità?

Il detective ritorna con la memoria alla sua giovinezza e all’esperienza in Montenegro come soldato dell’esercito durante la Guerra. “Di solito Wolfe, durante i pasti escludeva gli affari non soltanto dalla conversazione ma anche dalla sua mente.

Quel giorno però era chiaro che i suoi pensieri non si soffermavano sul cibo
”. L’indagine comincia  e viene fuori tutta la seduzione da fermo, come scrive De Silva, del “totemico investigatore montenegrino” e la maestosa capacità narrativa di Stout di “procedere per allusioni, bocconi di racconto. Non è un semplice affare di dosaggio, di rispetto dei tempi di cottura e di lievitazione: bisogna proprio avercelo in dotazione il talento della frammentazione e della reticenza”, continua De Silva “e Stout da vero scrittore qual è tace sapientemente ciò a cui più tiene. Omette cioè quanto sarà poi il lettore a intuire e ricomporre, ricostruendo motivazioni e retroscena, svelando infingimenti e menzogne”.  

IncipitIl campanello suonò. Andai alla porta e aprii: la ragazza era là. Le diedi il buongiorno. “Priego” disse “vuorrei parlare con Mistarr Nero wolfe”. Aveva un accento così strano che avrei potuto capre le parole in tre o quattro modi diversi. Comunque era evidente che non era l’accento di una qualsiasi regione americana, e tanto meno di New York”.
 
Titolo: Nero Wolfe e sua figlia
Autore: Rex Stout
Traduttore:  Alfredo Pitta
Curatore: Massimo Bocchiola
Introduzione di Diego de Silva
Editore Beat
 

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