“LEGGENDE GROENLANDESI” CURATO DA BRUNO BERNI

PER LE INTERVISTE DI CRISTINA, UN VIAGGIO TRA I GHIACCI E LE TERRE DEGLI INUIT.

di Cristina Marra03/12/2020
Le interviste di Cristina
GROENLANDIAReggio Calabria. Storie del popolo dei ghiacci, così Bruno Berni, il curatore di “Leggende groenlandesi”, definisce la raccolta edita da Iperborea e illustrata da Federica Bordoni.

Iperborea arricchisce la collana dedicata alle fiabe nordiche con le storie degli inuit, gli abitanti della grande isola gelata con al centro “la dura quotidianità della sopravvivenza, filtrata attraverso strati ancestrali di miti e animismo che trasfigurano foche, narvali, beluga e trichechi umanizzandoli, trasformandoli perfino in dimore per le anime di coloro che sanno tornare dalla morte”.

Bruno Berni, docente di letteratura danese e ricercatore e direttore della biblioteca dell’Istituto Italiano di Studi Germanici, mette insieme trentadue storie con protagonista il grande freddo della Groenlandia e le vicende  di cacciatori solitari, giovani donne in cerca di marito, bambine laboriose, oche selvatiche,  grandi orsi, balene e aquile. Il volume comprende un glossario con i termini più ricorrenti.   

Bruno, quando le leggende della tradizione orale della cultura Inuit sono state trascritte e in che lingua?

La Groenlandia è stata a lungo una colonia danese, ora è in una fase di transizione verso l’indipendenza. Fu scoperta dai Vichinghi ma il contatto con la Scandinavia si interruppe completamente alla fine del Medioevo, e ben presto gli insediamenti nordici si estinsero. I contatti furono ripresi nella prima metà del Settecento, quando i danesi tornarono a stabilirsi in Groenlandia e cominciarono anche a usare la lingua degli Inuit in testi scritti, che però erano soprattutto traduzioni di testi sacri e di salmi da usare per la cristianizzazione, come avvenne molto più tardi anche con gli Inuit del Canada, dove l’invenzione dell’alfabeto sillabico generò un’alfabetizzazione rapida e quasi totale.
Nel corso dell’Ottocento si cominciarono anche a raccogliere – in danese, ovvero nella lingua dei colonizzatori – sparse testimonianze della tradizione orale. Studiosi e appassionati si impegnarono a tradurre e pubblicare canti e storie, ma la raccolta più importante – anche per la sua ampiezza – è quella in tre grossi volumi pubblicata da Knud Rasmussen dal 1921 al 1925, dalla quale sono presi i testi qui tradotti. Un’opera talmente importante che già mezzo secolo fa in Groenlandia se ne auspicava la pubblicazione in lingua originale, per riconsegnare il materiale della tradizione agli Inuit.

Rientrano nella collana delle Fiabe ma sono Leggende. In cosa differiscono e cosa hanno in comune?

La scelta del titolo è voluta, per sottolineare la differenza tra questi testi e gli altri fin qui pubblicati. La fiaba è un racconto fantastico popolato di esseri magici, nella quale troviamo al centro della narrazione le prove da superare, l’ascesa sociale – la conquista del regno attraverso la principessa, per esempio –, ma caratteri tutto sommato molto stilizzati, una collocazione geografica estremamente vaga, una grande rarefazione degli elementi reali. In generale un mondo poco reale dove tutto è possibile.
La leggenda invece per definizione è legata a luoghi, avvenimenti, personaggi le cui gesta – amplificate nei testi narrati – hanno sicuramente un remoto fondamento ‘storico’, ma col loro carattere incredibile assumono valori magici. In queste, per esempio, c’è sempre al centro la lotta per la sopravvivenza, la vita è quella vissuta quotidianamente anche da chi narra, sebbene esistano nel racconto persone che riescono a viverla più agevolmente grazie a poteri soprannaturali. Ma poi non sempre, perché molti sciamani muoiono.
Tra gli Inuit non ci sono mai stati principi e regni, che perciò qui non compaiono. Probabilmente, per semplificare, la differenza è data dalla minore distanza degli Inuit dagli avvenimenti narrati, mentre nel nostro mondo la fiaba ha origine da una decantazione molto più lunga.

Quali sono i temi e le figure più ricorrenti nell’immaginario dei popoli groenlandesi?GROENLANDIA

Al centro della maggior parte dei racconti c’è la figura dello sciamano, un cacciatore come gli altri, che grazie ai suoi poteri – all’apprendistato sciamanico – riesce ad affrontare al meglio la lotta per la sopravvivenza. E poi tutti gli animali che avevano un ruolo di primo piano nella quotidianità degli Inuit, che ne rispettavano la natura anche dopo averli catturati, seguendo precise regole – foche, orsi, volpi –, tanto che molti di questi animali agiscono nella vita dell’uomo e sono talvolta personificati al punto da poter essere sposati o da assumere il ruolo di aiutanti per ottenere le prede necessarie alla sopravvivenza. Infine gli esseri che governano gli elementi che determinano la possibilità di sopravvivenza – il clima, il mare, le prede. Poi ci sono temi che erano ancora ben diffusi nella società Inuit all’epoca in cui Knud Rasmussen raccolse i testi: la vendetta, che era un dovere della persona offesa – per esempio perché gli erano stati uccisi parenti stretti – oppure la difficile posizione sociale dell’orfano o della vedova.

Che ruolo aveva lo sciamano e qual era il suo rapporto con la natura?

Lo sciamano, come ho detto, era un cacciatore come gli altri, ma grazie alle sue abilità era in grado di essere un cacciatore migliore e – molto spesso – di aiutare la sua comunità guarendo i malati, ma soprattutto recandosi dagli esseri che governano gli elementi della natura per ottenere – a nome della comunità – i favori del clima o del mare. Lo scopo era quello di ottenere le prede – per esempio con la rottura dei ghiacci marini – e di riuscire ad accumulare riserve alimentari per la stagione meno propizia, che in Groenlandia è molto lunga. Depositario della conoscenza dei tabu – oltre che della magia –, era appunto lo sciamano, capace persino di creare i tupilak allo scopo di uccidere. In Qúpersimân – tradotto in italiano – c’è una buona descrizione dei diversi tipi di sciamani: quelli noti che operavano in genere per il bene e quelli che invece agivano in segreto usano le conoscenze per creare letali tupilak. In altre opere di Knud Rasmussen è palese lo scetticismo nei confronti di molti sciamani e la sua ammirazione nei confronti di alcune figure che invece possedevano una particolare integrità morale e una profonda conoscenza delle tradizioni.

Nelle leggende emerge anche il rapporto degli Inuit con gli animali e l’ambiente…

La vita degli Inuit era un’esistenza dura in un clima ostile e sempre a stretto contatto con la natura e con gli animali che erano prede, ma con i quali si doveva condividere l’ambiente. Gli animali erano anche rispettati, con precise regole su cosa cacciare e cosa non cacciare in un determinato momento, o persino su come mangiare e come sezionare la preda, lasciandone una parte sul ghiaccio in modo che potesse risorgere e tornare… come preda. Un circolo virtuoso che andava rispettato, pena l’irritazione degli esseri della natura e la penuria di prede in futuro. Tutto questo ricorre nei testi con straordinaria frequenza.

Le leggende  differiscono a seconda delle zone di appartenenza?

Le differenze sono minime, in realtà la cultura Inuit è un continuum dalla Groenlandia all’Alaska (e oltre). Knud Rasmussen, che con la Quinta Spedizione Thule esplorò tutta l’area occupata da quelle popolazioni, dimostrò appunto che le differenze culturali e linguistiche erano relativamente poche. Anche in questi testi, del resto, ci sono elementi che richiamano la memoria di esperienze arcaiche, per esempio il rapporto con gli indiani: memoria di spostamenti (in parte documentati) di Inuit dal Canada, dal quale la Groenlandia in alcuni punti dista davvero poco, soprattutto quando il mare è ghiacciato. Ovvero quasi sempre. Teniamo conto – come dimostra Rasmussen, ma più recentemente anche Malaurie, per esempio, che per chi si sposta in slitta il ghiaccio – sulla terra o sul mare – è un alleato.

Non sono fiabe ma molte come quella dell’illustrazione di copertina iniziano con C’era una volta, perché?

‘C’era una volta’ è tutto sommato una formula universale che rappresenta l’incipit di una narrazione che intende sottolineare l’attendibilità della storia lasciando nel vago la sua collocazione storica o geografica. In realtà in questo caso, forse, è più accettabile che nelle nostre fiabe, perché spesso i racconti sono legati a luoghi ben definiti e, come dicevo, ad avvenimenti di cui non si è persa del tutto la memoria storica. In alcuni testi qui presentati ricorre l’attestazione di verità, da parte del narratore, con palesi riferimenti a cose, luoghi o persone dai quali lo separano una o due generazioni.

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