INTERVISTA ESCLUSIVA CON IL MAESTRO STEFANO PODA, ARTISTA VISIONARIO ED ECLETTICO.

“AMO L’OPERA QUANDO INFRANGE LA LINEA DIVISORIA TRA LE ARTI” .

di Alma Daddario20/11/2020
Le interviste di Alma
stefano podaRoma. Per dare all’interpretazione operistica la rigorosa unità estetica e concettuale di un teatro fondato sulla totalità delle arti, Stefano Poda riunisce le mansioni di regista, scenografo, costumista, disegna le luci e realizza la coreografia dei suoi spettacoli.

Ha al suo attivo un centinaio di produzioni, che hanno portato in tutto il mondo il segno di uno stile inconfondibile, originale, visionario e fortemente ancorato al contemporaneo. Tra i titoli più rappresentativi: Nabucco per l'apertura della stagione 2020 del Teatro Colón a Buenos Aires; la nuova produzione di Tosca (2021) al Teatro Bolshoi di Mosca; Romeo et Juliette (2018) e il nuovo Faust (2021) all'NCPA di Pechino; Boris Godunov (2017) ed Andrea Chénier (2015) alla KNO National Opera of Korea (2017); Fosca di Carlos Gomes e Titan di Mahler, al Theatro Municipal de stefano podaSão Paulo (2016); Elisir d'Amore alla Opéra National du Rhin de Strasbourg (2016); Otello di Verdi all'Opera Nazionale di Budapest (2015); Tristan und Isolde diretto da Zubin Mehta per l'inaugurazione della 77a edizione del Festival del Maggio Musicale Fiorentino; Ariodante (2016), Lucia de Lammermoor (2017, trasmessa da ARTE TV); Les Contes d'Hoffmann (2019) in coproduzione con Israeli Opera e l'Opéra Royal de Wallonie; La Forza del Destino (2011 e 2014) al Teatro Regio di Parma e Festival Verdi. Il suo Faust al Teatro Regio di Torino nel 2015, così come Turandot nel 2018 (DVD C Major), o Thaïs de Massenet nel 2008 (DVD e Blu-ray Arthaus Musik), sono stati trasmessi nei cinema di tutto il mondo e dai principali canali classici internazionali.

stefano podaGli è stato conferito a Parigi il prestigioso Premio Claude Rostand della Associazione della critica francese per Ariane et Barbe-bleue di Paul Dukas, migliore produzione del 2019 realizzata al Teatro Capitole di Tolosa.

Nel 2019 è invitato speciale alla Quadriennale di Praga 2019, 14a edizione del più grande festival internazionale riservato alla scenografia ed al teatro. Nello stesso anno ha ricevuto il premio alla carriera “Ombra della Sera” nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra.
 
D – I tuoi spettacoli sono una commistione di espressioni artistiche dove oltre alla musica trovano spazio coreografie, realizzazioni pittoriche e architettoniche, moda.
Questa multimedialità rappresenta la tua concezione di spettacolo dal vivo?
 
R - Ho sempre amato profondamente il teatro e l’opera, ma a modo mio. Il teatro come spazio rituale di una comunità, sorta di cattedrale laica universale. E amo l’opera quando infrange la linea divisoria tra le arti. Oggi più che mai mi accanisco a questa idea di opera come unità e totalità, ma soprattutto come genere a parte, il cui potenziale è stato solo in minima parte esplorato. L'opera potrebbe arrivare a diventare molto di più di quello che noi crediamo o a cui ci limitiamo. Persino molto oltre a tutto quello che supponiamo sia riuscita a rappresentare la tragedia per la civiltà antica. L’opera può diventare una delle chiavi della spiritualità perduta, a patto di abbandonare la razionalità e soprattutto il realismo, che è stata la trappola del nostro Tempo, vertiginosamente regredito dopo le promesse delle avanguardie del primo Novecento.
 
Come il sonno, la musica ci permette di accedere ad una sorta di verità parallela e infinita. Per questo mi rifiuto di rendere “concreto” ciò che è libertà, sogno e volo. L’opera mi piace quando diventa astrazione. In un’epoca in cui si sta perdendo il senso della cultura intesa come patrimonio dei valori persistenti alle nozioni dimenticate, in un mondo disumanizzato - perché tecnologizzato troppo in fretta - e specializzato  - opposto a un Umanesimo capace di una visione universale, credo più che mai nell’opera come operazione di sfondamento interdisciplinario. Per questo mi interessa un pubblico che all’opera non sarebbe mai andato, o un pubblico che con autonomia di giudizio finalmente inizi ad approfittare di tutte le opportunità offerte dalla musica e dalla drammaturgia. La musica parla di tutto senza nominare niente. E questo è il miracolo che la musica permette con la sua rappresentazione non necessaria.
 
 
D – Che risposta hai avuto da parte del pubblico, hai notato differenze in Italia piuttosto che all'estero ?stefano poda
 
R - Il consenso del pubblico cinese mi ha per esempio fatto riflettere. La risposta immediata, involontaria del pubblico è generalmente sempre la stessa in qualsiasi latitudine. Ed anche quella razionale, che nasce in un secondo momento da una resistenza, o da una sorta di meccanismo di protezione per rientrare nei codici.  Il mio discorso, non seguendo una linearità narrativa e soprattutto non lasciandosi ricondurre a uno stile o ad una corrente omologabile, si dirige a regioni dello spirito che vanno oltre i condizionamenti culturali. Chi ha una “Weltanschauung” o una forma mentis più razionale segue invece tempistiche distinte e determinate. Ognuno di noi riconosce a prima vista il linguaggio della famiglia spirituale da cui proviene. Ci sono esseri profondamente razionali e ci sono personalità più “spirituali”, più aperte alle percezioni pure e sensoriali. Esistono infinite forme di intelligenza e sensibilità. Tutte sono valide. Ogni forma di teatro deve comunque offrire le più svariate formule di lettura possibili al proprio pubblico.
 
D – E a livello generazionale, esistono delle differenze ?
 
R - Separerei la risposta in due livelli. Uno riguardante la mia esperienza personale ed un altro livello più obiettivo o distaccato.
 
Per quanto riguarda la mia esperienza, il mio discorso così come si rivolge a regioni dello spirito indifferenziate culturalmente, allo stesso modo si rivolge anche ad una sorta di “anima antica” del pubblico universale. E’ importante la disponibilità del pubblico al sogno e al viaggio. Confesso che mi commuove di più il pubblico molto colto o molto incolto, molto anziano o molto giovane. L’importante è riuscire a far rivivere i nostri “io” perduti. Importante riuscire a sentire e far sentire “Sehnsucht” - che non è solo la nostalgia del passato, ma anche del futuro che verrà.
 
Il pubblico sta perdendo sempre di più autonomia di giudizio e capacità critica. Diventa così ogni volta più informato, ma meno colto. Così come in tutti i registri della vita contemporanea, tutto si va appiattendo. Non ci sono più contrasti enormi tra gli spettatori, ma il livello generale si va abbassando a vertiginosamente. Oggi tutto è accessibile subito. Non essendoci sforzo di raggiungimento e di apprendimento, tutto  si uniforma e si sgretola con altrettanta rapidità.
 
D – E il ruolo del teatro in tutto questo ?
 
R - A maggior ragione il ruolo del teatro oggi diventa ancora più importante che in passato: nel compito di offrire “ricreazione” morale a tutti noi, abbruttiti da un’epoca che si crede progredita e moderna ma che invece non lo è più.
 
D - Sfide e aspirazioni per il futuro?
 
R - Ritrovare sempre la possibilità di stupirmi dell'immensità della musica e dell’arte, per poter ricreare con esse mondi in cui liberarci dalle catene del quotidiano e aspirare a un mondo spirituale e materiale in crescita permanente!
 
D – Il nostro dovrebbe essere il Paese della cultura per antonomasia, eppure è proprio questo settore tra i più penalizzati da sempre, e ora più che mai per via dell'attuale situazione sanitaria. Se avessi il potere di legiferare, cosa proporresti all'attuale governo in un frangente come questo, che prevede la chiusura dei teatri sia al chiuso che all'aperto ?
 
R - Nell’antica Grecia, il teatro, oltre ad essere un rituale di grande rilevanza religiosa e sociale, era considerato uno strumento di educazione nell'interesse della comunità.
La cultura viva e lo spettacolo dal vivo devono rimanere una priorità sempre e comunque: e non si può ignorare che “chiudere” spesso vuol dire non riaprire più. Gli atteggiamenti “pilateschi” sono doppiamente colpevoli, perché non assumono la responsabilità di cercare soluzioni che tutelino il nostro patrimonio, le professioni che lo portano avanti, ma soprattutto non tengono conto del bene della comunità. Due esempi: i teatri sono in Italia assimilati alle amministrazioni pubbliche, giacché sono finanziati in maniera predominante dal bilancio pubblico. Eppure i loro dipendenti non hanno goduto di nessuna tutela propria del settore pubblico e tutti i contratti firmati agli artisti esterni hanno potuto essere cancellati liberamente senza prevedere compensazioni. Inoltre, quest’estate non v’era alcun rischio negli spettacoli all’aperto, soprattutto quelli di musica classica che consentono la numerazione dei posti e il controllo degli ingressi, eppure non v’è stata alcuna seria intenzione di salvare almeno le stagioni estive. Chi è preposto a proteggere questo settore dovrebbe afferrarsi ad ogni appiglio pur di salvare il salvabile, e non rassegnarsi alle avversità. Ricordo una storica foto, molto bella, di alcuni cittadini inglesi in una libreria distrutta dalle bombe durante la seconda guerra mondiale: il soffitto non c’è più, ma loro erano lì, a sceglier libri in mezzo alle macerie.
 
D – Può essere di utilità l'utilizzo della tecnologia in questi casi, per fruire per esempio di uno spettacolo teatrale, concerto, lirica, visita museale, in modalità virtuale in streaming, You Tube, ecc. o potrebbe, a lungo termine, risultare alienante ?
 
R - Teatro è un termine nato per metonimia: in origine il concetto non indicava anche un genere, ma solo un luogo: il luogo del vedere. La dimensione fisica è fondamentale, non solo etimologicamente. I mezzi tecnici potranno raggiungere vette sempre più elevate, ma nulla potrà replicare l’anima nè il respiro umano. L’esperienza dello spettatore è legata alla presenza dal vivo: tolta la presenza, si perde la definizione stessa di teatro; non funziona, è come il mistero della messa trasmesso per televisione. Perderlo per un periodo ci fa capire quanto ci manchi e quanto sia necessario all’individuo e alla società. Lo streaming e le piattaforme online possono essere un ottimo strumento di approfondimento didattico, una riproduzione di secondo grado: sdoganarle come fruizione originaria può essere molto pericoloso, una sorta di cavallo di Troia che potrebbe causare la morte di un genere intero.
 
D – La musica, e l'arte in genere, in momenti critici come questo potrebbero giovare alla salute non solo mentale, ma anche fisica?
 
R - Troppo spesso si sono sottovalutate le conseguenze psicologiche di una popolazione privata di ogni forma di socialità dal vivo. Non si può consegnare definitivamente le nostre serate e i nostri giovani all’intrattenimento omogeneizzato di serie e tv. È quasi un anno ormai. Il fatto stesso che si parli ossessivamente di distanziamento sociale al posto di distanziamento fisico - come dovrebbe essere dal punto di vista sanitario - ci induce a pensare che si possa e si debba rinunciare ad essere comunità. Invece, il primo collante di una società è proprio l’arte, che va  recuperata come autentica medicina contro la depressione, la solitudine, l’alienazione e l’incertezza verso il futuro. Non esistono solo i disturbi fisici e i medici specializzati, esistono anche le malattie dell’anima e i medici dell’anima.
 
D – Progetti futuri in Italia e all'estero ?
 
R - Il 2021 sarà l’anno della rinascita, ne sono convinto. La mia agenda è stata completamente riprogrammata al pari di quella di tutti: si preannuncia un anno molto intenso, sperando per il meglio e che la tempesta si dilegui. Sarà per me un anno per lo più all’estero a cominciare dalla nuova Tosca al Bolshoi, ma in Italia conservo due progetti importanti che sono certo sopravviveranno alle incertezze di questo 2020.
 
D – Hai un messaggio di incoraggiamento e augurio agli artisti e alle maestranze dello spettacolo?
 
R - La mia particolare posizione mi ha sempre portato a conoscere tutte le maestranze di un teatro, giacché mi trovo a collaborare a stretto contatto con ciascuno di loro. Dalla sartoria al reparto macchinisti, dagli elettricisti ai corpi artistici, passando per la sala prove che è un ritrovo di energie così diverse, dal cantante alla danzatrice: il teatro è dove ci sono le persone. In tanti anni purtroppo ho assistito a troppi teatri caduti in disgrazia, passati da anni di gloria ad anni di tagli, e il momento più doloroso è sempre assistere alla disgregazione di quella che è a tutti gli effetti una famiglia. Ma come sempre ci vuole fiducia e voglia di lottare, sono sicuro che risorgeranno tutte quelle realtà nate per creare lavoro per i nostri artisti.
 
Nutro ancora la speranza che da questo brutto incubo abbiamo la possibilità di risvegliarci con una visione più matura del mondo e dell’uomo. Mi auguro che sia l’occasione da non perdere per ritrovare la luce di un umanesimo perduto. In questo momento siamo ancora a tempo di correggere il nostro futuro personale e collettivo. Forse abbiamo capito che prima dell’economia ci sono altre priorità, valori sacri e superiori che ci rimandano all’Umanità.

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